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La Famiglia:


Un altro tipo di abbandono di fatto riguarda i bambini che sono già negli istituti assistenziali e ricevono dai parenti visite sempre più rare, a volte nulle che divengono via via insufficienti ad alimentare un legame affettivo essenziale per lo sviluppo equilibrato del bambino.
Le visite assumono un significato diverso anche a seconda dell’età del bambino: se per un bambino di sette anni una visita alla settimana potrebbe essere, in linea di massima, sufficiente e significativa per perpetuare una relazione affettiva già presente, per un neonato una frequenza simile è assolutamente priva di rilevanza e del tutto insufficiente al fine di stabilire un legame di attaccamento fondamentale per la sua crescita. Da ciò si può desumere che al di là di uno stato abbandonico esterno esiste una condizione di abbandono interna, intima che non è sempre facilmente valutabile. Si può ritenere un bambino abbandonato quando è possibile constatare che nella sua personalità manca la risonanza affettiva delle naturali figure parentali.

CONDIZIONE DI ABBANDONO INTERNA:
Tale fenomeno si traduce in comportamenti completamente diversi non solo a seconda dell’età del minore, ma anche a seconda delle differenze che caratterizzano ogni bambino e la sua personale storia, dei legami di attaccamento che ha precedentemente stabilito e delle difese messe in atto allo scopo di gestire la sofferenza. Dalla storia del bambino è possibile desumere gli eventi più salienti della sua vita: l’abbandono neonatale, la rottura di un legame, eventuali esperienze di maltrattamento o gravi trascuratezze da parte di adulti latenti.
Gli eventi esterni non hanno per tutti i minori la stessa risonanza interna, accade così che il vissuto di abbandono sia interiorizzato in modo diverso soprattutto a seconda del tipo di identificazione che il bambino ha potuto avere con i propri oggetti d’amore e della possibilità che ha avuto di “mettersi dentro” delle figure parentali sufficientemente contenitive.
Di fatto accade che ogni bambino mette in atto delle difese, delle strategie adattive al fine di adeguarsi il più possibile alle situazioni difficili. Tali strategie hanno lo scopo di negare l’abbandono o di circoscriverlo con fantasie di attesa o di ricongiungimento con i genitori. Qualora non si riesca ad annullare la pena negandola, può accadere che il bambino si prenda carico della “colpa” dell’essere rifiutato e metta in atto impulsi autolesivi con i quali dirige l’aggressività verso se stesso oppure colpevolizza gli altri dirigendo tale aggressività reazionale verso il mondo esterno (incluso i genitori adottivi).
Tali strategie sono mirate a sopportare il dolore dell’abbandono e assumono significati diversi a seconda che riescano a dare come esito il mantenere una relazione con l’esterno, anche se carica di rabbia, oppure che portino ad una rottura della comunicazione con l’ambiente con il risultato di un isolamento e un rifugiarsi del bambino in un mondo di fantasia dove egli si rapporta solo con oggetti idealizzati e non più con la realtà. Quando la comunicazione con l’esterno non viene del tutto interrotta il recupero è possibile.
Da tale quadro risulta facile comprendere che per il bambino non c’è spazio per le richieste e le aspettative degli adulti. L’ambiente deve essere disposto ad accogliere in toto il bambino e il suo dolore e deve essere in grado di favorire quel percorso riparativo che permetterà al bambino di superare (nel senso di andare avanti nel suo processo di crescita), l’esperienza dell’abbandono.
Per il genitore adottivo questo è un compito certamente difficile perché impone di saper gestire ed accogliere tutta una serie di sentimenti ed emozioni negative che molto spesso fanno parte della fase di reciproco adattamento, di essere in grado di garantire al bambino continuità di affetto anche quando il “nuovo” genitore non viene ancora riconosciuto o accettato come punto di riferimento.
L’adozione passa sempre attraverso due rifiuti che hanno origini e cause diverse: quello che ha subito il bambino e quello che possono eventualmente subire i genitori adottivi. Entrambi (bambino e genitori) desiderano un risarcimento: l’uno per la perdita subita, gli altri per il bambino che non hanno potuto avere. Sta però al genitore saper elaborare la sua perdita e sostenere il bambino nel suo percorso di ricostruzione, non deve accadere il contrario, il bambino non è in grado di poter vicariare le mancanze dell’adulto, il genitore deve saperlo fare.
Si passerà ora ad illustrare un po’ schematicamente l’esperienza del bambino adottivo nelle varie fasi di sviluppo tenendo presente che ad ogni età affrontare l’abbandono e cambiare genitori non è facile! Le modalità con le quali si affronta, si elabora e si comunica dolore e la difficoltà certamente variano a seconda dell’età del bambino, ma anche se atteggiamenti, comportamenti, manifestazioni del bambino cambiano, la causa comune a tutte le età resta la stessa.

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