
Ancora violenze
Gli episodi di maltrattamenti e violenze sui bambini che vengono sempre più spesso alla luce sono ormai come un fiume in piena che trascina con sé un po’ di tutto.
Quel tutto che fa nascere in ognuno di noi emozioni di rabbia, di dolore e di tristezza per ciò che i bambini indifesi e impotenti, devono subire.
Nei genitori si insinua un sospetto: che anche l’educatrice del proprio figlio possa usare modi poco professionali o che la baby-sitter, non si occupi del proprio bambino in modo attento ed amorevole.
Ne conviene che le due categorie professionali posseggano un enorme potere.
La differenza sta nel “come” esercitano questo potere.
Credere che un’educatrice risulti “idonea” a lavorare per i bambini, solo perché in possesso di un titolo abilitante, è ingenuo ed illusorio. Il diploma non è che l’inizio di un percorso che “formerà” l’educatore in campo, con le esperienze e con una formazione costante e permanente.
Voglio pensare, e spesso ne ho avuto le prove, che l’educatrice parta per il suo viaggio avventuroso, motivata ed entusiasta, perché i bambini sono ciò che di più bello, speciale ed unico, esista sul nostro Pianeta.
Capita però, che il trascorre del tempo, faccia diventare il lavoro, una “routine”, un peso, una fatica.
Allora, i bisogni dei bambini non vengono più capiti e risolti; loro, non li si accoglie più, il cuore di chi è preposto all’educazione è come anestetizzato, la passione per un lavoro che era un obiettivo da raggiungere, lascia il posto ad una rigidità di pensiero ed azione.
Lavorare diventa un impegno sovraumano, le relazioni difficili, si insinua in asilo una condizione di omertà dove, per evitare i problemi, non si colgono e non vengono comunicati ai superiori e ai genitori atteggiamenti sospetti nei confronti dei bambini.
Accade che il fenomeno del “burn-out” ormai conosciuto e prevenibile ha colpito la persona che per lavoro deve relazionarsi con la gente, con i bambini, le loro emozioni ed i loro bisogni.
I fatti di cronaca di cui ormai tutti siamo informati, liberano i loro tentacoli e subdolamente si insinuano in campi a noi sempre più lontani: politici, economici, sociali.
Perché l’unico obsoleto strumento che l’uomo utilizza per non affrontare la realtà consiste nell’allontanare da sé il problema che, in realtà, è ormai cristallizzato dentro di noi.
Puntiamo il dito accusando l’altro, e ne puntiamo tre contro di noi, o come disse Gesù: “ Chi è senza peccato, scagli la prima pietra”.
Perché siamo tutti responsabili quando accade qualcosa ad un bambino.
Parlano da sé scene ormai diventate normali di mamme che distrattamente trascinano il loro bambino mentre parlano al telefonino, che nelle caffetterie si spazientiscono quando il bambino accaldato e stanco “fa capricci”; di piccoli che piangono sconsolati nel passeggino, di genitori che fumano in macchina davanti ai bambini, di papà assenti allo scorrere della vita dei loro bambini, assorti, confusi e fagocitati dal lavoro; di bambini, a volte neonati, lasciati all’asilo giornate troppo lunghe, di genitori che “scaricano” le frustrazioni e negatività di una dura giornata di lavoro con le educatrici e con il bambino che viene accolto con fretta ed impazienza; di genitori che per “calmare” il bambino troppo vivace, decidono di somministrare lo psicofarmaco che “risolve”.
E’ un mondo di bambini che urla un bisogno di amore, di presenza, di considerazione e competenza.
E’ un mondo di adulti che, come impazzito, bisogna fermare, fosse anche solo per un attimo, per dare a tutti noi, la possibilità di riflettere e recuperare, nella nostra parte più profonda e autentica, nei nostri gesti e nelle nostre parole, qualcosa che ci è sfuggito:
il senso.
Il significato originale ed etimologico della parola educazione viene dal latino e-ducere che significa letteralmente condurre fuori, quindi liberare, far venire alla luce qualcosa che è nascosto.
Bisogna che sia compresa l’importanza di una formazione permanente che va ben oltre il titolo abilitante, il quale non rappresenta altro che il punto di partenza; ogni educatore, per poter lavorare con i bambini, dovrà necessariamente conoscere se stesso attraverso un lavoro introspettivo che lo porterà a decidere, senza alcuna esitazione e senza errori, se continuare o meno a svolgere questo delicato lavoro.
Virginia Stagno
(News inserita il: 2009/12/10 09:32:51)