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Psicologia:

Il gioco, per essere tale deve consistere in un’attività divertente, deve cioè procurare piacere.
Ognuno di noi, ogni bambino, ha poi le sue preferenze rispetto al modo di giocare: c’è per esempio la bambina tranquilla cui piace giocare delle ore con le bambole, un’altra starebbe dei pomeriggi interi a fare le costruzioni... e invece c’è il maschietto che non resterebbe fermo un minuto e che predilige indubbiamente i giochi di movimento!
Queste preferenze, questi comportamenti di gioco cambiano nel tempo così che le varie forme di gioco infantile si configurano in maniera diversa lungo le varie tappe dello sviluppo del bambino.

Gioco col corpo: (fase narcisistica)

Il bambino gioca fin da piccolissimo e la prima espressione di gioco cui si dedica è il cosiddetto gioco sensomotorio, il bambino cioè gioca con il suo corpo attraverso i movimenti che compie e questo fatto gli procura piacere, divertimento.
Questa forma di attività ludica gli consente di sperimentare e di arrivare a conoscere se stesso, il proprio corpo, la propria efficienza motoria..
Questa esplorazione da parte del bambino di ciò che riesce a fare, andrà poi sempre più intrecciandosi con quella sugli oggetti, ma all’inizio è il corpo stesso che ha la parte principale nell’attività ludica.
In seguito il bambino anche attraverso questi giochi fisiologici imparerà a stare seduto, a stare in piedi, a camminare, 6) in sostanza ad esplorare tutte le sue possibilità motorie ottenendo da questa attività delle soddisfazioni (oltre che inevitabili frustrazioni) e un vero e proprio godimento
imparerà a stare seduto, a stare in piedi, a camminare.
Basti pensare al bambino che ha appena imparato a gattonare (camminare a quattro zampe). Questa scoperta, questa nuova possibilità d’azione lo rende euforico anche perché gli schiude veramente nuovi orizzonti (e procura, ahimè, nuove preoccupazioni ai genitori) dandogli l’opportunità di raggiungere molti spazi e oggetti fino a quel momento irraggiungibili.
Questo piacere funzionale, legato cioè ad una serie di esecuzioni motorie, di prime esperienze di movimento, può rintracciarsi anche nel gioco degli adulti, per esempio, nella danza, negli allenamenti a qualche sport o così via...
Al gioco sensomotorio si accompagna spesso una sorta di gioco sonoro, la cosiddetta vocalizzazione ludica, il bambino cioè comincia a emettere dei suoni, delle sillabe (per esempio: ma-ma, ba-ba, pa-pa, ca-ca ecc.) e questa esperienza lo soddisfa, gli procura piacere...
Gioco con gli oggetti:

Un’altra forma di gioco si offre al bambino piccolo quando questi comincia a entrare in rapporto con l’ambiente cir-costante e con le cose.
Allora gioco di movimento e gioco con gli oggetti (che non sono obbligatoriamente i giocattoli) si intrecciano: il primo tipo di attività ludica consente infatti al bambino di inserirsi nello spazio, di esplorarlo, di conoscerlo e comprenderlo.
E’ curioso notare come la prima forma di esplorazione del mondo degli oggetti da parte del bambino piccolo passi, per così dire, dalla bocca, questo suo comportamento costituisce un modo di capire la forma, le dimensioni, le proprietà degli oggetti, in sostanza è un suo modo di conoscere le cose.
Tutti i bambini ad un certo punto e per un bel po’ di tempo portano tutto alla bocca e ci sarebbe da stupirsi del contrario. Infatti in questa fase, e inizialmente con questa modalità, il bambino impara quali sono le caratteristiche fisiche dei corpi: cioè la forma, l’altezza, il peso, le qualità della sua superficie e inoltre se un oggetto rimbalza, galleggia, si rompe e così di seguito.
In questo momento il bambino si rivela uno sperimentatore instancabile e sistematico: se, per esempio, scopre che battendo un cucchiaio su una superficie dura produce rumore, ogni oggetto nuovo viene utilizzato in questo modo per verificare tutti rumori che riesce a produrre. 8)
tutti rumori che riesce a produrre.
E ancora, ad un certo punto, il suo divertimento preferito sembra essere quello di buttare sistematicamente tutto per terra, in genere dall'alto del suo seggiolone, mettendo a dura prova la pazienza dei genitori ma, come si notava prima, imparando e selezionando le qualità e le caratteristiche degli oggetti.
Questi giochi, perché di giochi si tratta, attraverso i quali il bambino scopre l’uso degli oggetti elaborandone a modo suo le diverse possibilità, durano finché il piccolo sperimentatore non ne esaurisce l’interesse.
Queste esperienze ripetute con gli oggetti, da una parte permettono al bambino di raggiungere una buona capacità di agire sulle cose e con le cose e, dall’altra, stimolano e sviluppano la sua creatività. Infatti, il bambino usa qualunque oggetto in qualunque modo senza avere idee preconcette a riguardo, purché gli consenta il raggiungimento del suo scopo.
Può sembrare strano a noi adulti considerare tutti i comportamenti esemplificati fin qui come gioco...effettivamente percuotere una superficie con un oggetto, far rumore, salire dei gradini innumerevoli volte, buttare per terra le cose e ancora salire o entrare in uno scatolone non sembrano un vero e proprio giocare a noi che partiamo, tra l’altro, dall’accostamento riduttivo tra gioco e giocattolo. Infatti è facilmente constatabile da chiunque come, soprattutto al di sotto dei tre anni, i giocattoli, pur belli, costosi e indovinati che siano, non esauriscono le attività ludiche del bambino.9)esauriscono le attività ludiche del bambino.9)

Non solo, ma a volte l’adulto resta male, o per lo meno sconcertato dell’uso, per così dire non corretto che il bambino fa dell’ultimo gioco regalatogli....così l’automobilina rossa fiammante viene, per esempio, minuziosamente smontata e le ruote vengono usate come palline da far rimbalzare sul tavolo...e così i pezzi di un puzzle vengono caricati e scaricati da un camion...
Questo usare i giocattoli in un modo diverso da quello cui dovrebbe essere e questo romperli o sciuparli non sono modi di agire insensati del bambino, ma sono comportamenti del tutto naturali per lui, che però possono, apparire bizzarri e distruttivi in un’ottica adulta.
Questa per il bambino è, dunque, la fase della conoscenza di sé e della realtà che lo circonda, fase che è caratterizzata da fortissime spinte motorie che lo portano ad essere attivo e instancabile esploratore: della sabbia, dell’acqua, del fiore, dell’armadio da aprire, delle chiavi nella serratura, del giornale da strappare ecc.
Il bambino esplora l’ambiente attraverso una continua ricerca...è evidente allora come le esperienze che gli vengono offerte, soprattutto in famiglia, possono favorire (ma anche ostacolare) certe sue potenzialità motorie, immaginative e verbali.
A volte bastano pochi oggetti di uso comune come, per esempio, pentole, coperchi, cucchiai, farina e magari la nostra disponibilità a giocare con lui per interessare il bambino e farlo divertire più che il costoso e pubblicizzato giocattolo.

Gli oggetti transizionali:

A molti genitori sarà capitato di notare come ad un certo punto il bambino, tra tutti gli oggetti e i giocattoli che ha a disposizione, cominci a mostrare una certa preferenza, un certo attaccamento, per uno in particolare. D’altronde capita anche a noi adulti di ricordare l’affetto che ci legava a quel tale cagnolino di pezza (che magari ancora conserviamo) o quel cuscino tutto liso che agli altri faceva impressione per lo sporco che aveva ormai accumulato ma che a noi sembrava la cosa più bella e più preziosa che potesse esserci al mondo. Infatti, quasi tutti i bambini, al di sotto di un anno di età, si affezionano ad un oggetto particolare legato alle loro prime sensazioni piacevoli: questi oggetti vengono definiti transizionali.

"Il termine - transizionale- è stato coniato da Winnicot per designare appunto quel pezzo di stoffa o di coperta, quell’orso di peluche o bambola di pezza, cui molti si attaccano particolarmente e dai quali difficilmente si separano, soprattutto al momento di dormire". (Tarantini – “ Oggetti e fenomeni transizionali” Psicologia contemporanea n. 24 1977)
E a questo proposito chi non conosce la famosa -coperta - di Linus il personaggio dei fumetti di Shultz?
- Fenomeni transizionali - invece vengono definite le attività che accompagnano l’uso di questi oggetti: lallazione, canzoncine, cullamenti, dondolii, succhiarsi il pollice, diversi rituali nel sonno ecc...

Ma che cosa rappresentano per il bambino questi oggetti e queste attività che li accompagnano?
"L’orsacchiotto spelacchiato, la bambolina, il fazzoletto sdrucito, hanno il potere di difendere il bambino da tutto, consolarlo, rassicurarlo: proprio come la mamma, di cui rappresentano, in qualche modo, un sostituto".( M. Battistini “Perché tanto amore per un orsacchiotto” – Insieme , aprile 1988)
D’altronde anche noi abbiamo, nella nostra vita di tutti i giorni, degli oggetti particolari cui teniamo molto e magari non sappiamo neppure spiegarcene il motivo, che hanno il potere di rassicurarci, rincuorarci...il nostro posacenere preferito, quel soprammobile, magari bruttino, ma che deve stare per forza su quella mensola, quella camicetta ormai fuori moda ma che ci sentiamo ancora così bene addosso...Guai a chi ce li rompe e ce li butta via!
Dunque anche nel nostro mondo di adulti ci portiamo appresso quell’atteggiamento infantile, che possiamo definire - della “coperta di Linus” - pur in forma diversa, ma con il medesimo significato di attaccamento, di ricerca di protezione, di sicurezza. Non bisogna allora guardare con sospetto questi giocattoli o questi oggetti, non bisogna preoccuparsene o, al contrario, riderne, perché, rappresentano i primi passi, da parte del bambino, verso l’autonomia e un primo tentativo di distacco dalla figura materna.


Gioco con gli altri
L’idea che noi adulti abbiamo del modo di giocare dei bambini, molte volte si discosta dalla realtà.
Spesso i grandi associano molto spesso il gioco, ed il giocare, con il giocattolo, mentre per il bambino questa relazione non è per niente indispensabile; così adesso si spenderanno due parole anche sul fatto che, inizialmente, il gioco del bambino è di tipo solitario.
Se ci è capitato di osservare un gruppetto di bambini all’asilo nido, per esempio, al di sotto dei due anni e mezzo-tre che giocano, avremo certamente notato come questi, pur vicini, non interagiscono spesso tra di loro ma abbiano uno spazio di gioco proprio.
In sostanza, anche quando il bambino si trova con dei coetanei, per esempio ai giardinetti, al nido, coi cuginetti ecc. il suo gioco è prevalentemente di tipo solitario.
Certo accade che i bambini interagiscono fra loro ma in genere si tratta di litigi, azzuffate o addirittura vere e proprie risse per il possesso di qualche giocattolo particolarmente ambito.
Dunque almeno inizialmente il gioco non è di tipo sociale.

Durante il primo anno di frequenza alla scuola materna, i bambini compiono dei notevoli progressi nello sviluppo della socializzazione, sia perché stanno maturando, sia perché il contesto scolastico facilita questo processo. In questo momento il bambino impara veramente a giocare con gli altri e non solo in loro compagnia.
Ciò dipende anche dal fatto che tra i tre e i quattro anni le capacità linguistiche del bambino migliorano notevolmente per cui ne consegue che il suo linguaggio diventa sempre più comprensibile rendendogli più facili i rapporti con le persone al di fuori della cerchia familiare e il giocare con gli altri bambini.
Verso i quattro/cinque anni i bambini sono anche in grado di autogestirsi in semplici giochi di gruppo: imparano a discutere tra di loro, a organizzarsi, a fare a turno, a stabilire delle regole e ad accettarle. A questo proposito è interessante rilevare come in questi gruppetti di cinque e sei bambini, cominciano a delinearsi quelle personalità portate al comando (i cosiddetti leader), in genere, infatti, c’è sempre un bambino che predomina, che prende le decisioni, che attribuisce i ruoli.
Infine verso i sei anni il bambino
"dimostra di godere sempre più non solo di elaborare attività di finzione, ma anche di giochi complicati svolti in casa e all’aperto, e che richiedono precise istruzioni preliminari, buon allenamento, stretta osservanza delle regole e senso di lealtà".
(Sheridan M.D. “Il gioco spontaneo del bambino. Dalla nascita ai sei anni” Cortina Editore, Milano 1984.)

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